Visualizzazione post con etichetta Tito Faraci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tito Faraci. Mostra tutti i post

venerdì 17 settembre 2010

Trucchi d'autore 9: Tito Faraci













Nato nel 1965, Tito Faraci è uno dei migliori sceneggiatori di fumetti attualmente su piazza; l'unico in grado di passare dal comico al drammatico, dal western al giallo, dall'horror ai super-eroi, senza apparente sforzo e senza mai abbassare di un millimetro la qualità di quello che scrive, che è sempre molto alta.
Ha scritto storie per Topolino, Pikappa, Dylan Dog, Martin Mystère, Zagor, Lupo Alberto, Diabolik, Nick Raider, Magico Vento ed è uno dei pochissimi italiani ad avere scritto anche per la Marvel: L 'Uomo Ragno, Devil e Capitan America.
Autore di Brad Barron, Tito ha scritto nel 2009 uno strepitoso - a giudizio del Piani - romanzo per ragazzi intitolato: "il cane Piero, avventure di un fantasma", che consiglio, spassionatamente, a tutti.
Quando lavori di preferenza?
La mattina. Cerco di fare il più possibile entro mezzogiorno, cominciando presto. Poi lavoro di lima, nel pomeriggio.
Descrivi il tuo studio...
Una sezione relativamente isolata di un loft, dove c'è altra gente che fa altri lavori (creativi, ma diversi dal mio). Un quadrato con due pareti di librerie e due bianche.
... E il tavolo su cui lavori. In base a che cosa l'hai scelto?
Me lo sono trovato lì quando sono arrivato. È grande, va bene.
Quando hai iniziato a fare questo lavoro usavi la macchina da scrivere? E se sì, com'è stato il passaggio al computer?
Sì, ho usato la macchina da scrivere. Nessun rimpianto, anche se mi ha fortificato. Il passaggio al computer è stato rapido.
Mentre scrivi fai delle pause?
Il meno possibile. A volte non rispondo al telefono.
Ascolti musica o tieni la TV accesa?
No. Una volta sì, anni fa. Oggi no.
Che cosa tieni sempre a portata di mano sulla scrivania?
Fogli per scarabocchiare.
Hai un'abbigliamento particolare per scrivere?
No.
Usi carta per prendere appunti?
Sì, sempre.
Che tipo di penne usi?
Solo nere. Scaramanzia.
Hai degli sfizi particolari collegati alla scrittura?
Vado a casa lasciando sempre qualcosa a metà, da finire. Mi aiuta la mattina dopo.
Disciplina o ispirazione?
Entrambe, ovvio. Genio e regolatezza.
Si può scrivere usando solo la tecnica?
Sì.
Da dove nascono le idee migliori?
Non lo so.
Sei mai stato "bloccato" dalla pagina bianca?
Molto di rado. Continuo a picchiare la testa contro il muro, finché non lo sfondo.
Libri o film per ispirarti?
Libri sempre. Sono un lettore professionista. Al cinema preferisco la tv.
Descrivi il tuo metodo di sceneggiatura.
Direi che è un approccio visivo. Descrivo un'immagine mentale che ho della scena, talvolta passando attraverso dei bozzetti.
Quante pagine di sceneggiatura scrivi in un giorno?
Cinque o sei. Mai di meno, quasi mai di più.
Le tue pagine sono molto dettagliate o tendi a lasciare libertà al disegnatore?
Sono dettagliate. Ma questo per me non significa non lasciare libertà al disegnatore. Significa farsi capire fino in fondo, con sincerità, stabilire una complicità.
Ti va di inviarmi una foto del tuo studio - fatta rigorosamente con il cellulare - da mettere in apertura di questa intervista?
Il mio vecchio BlackBerry, che mi ostino a non cambiare, non scatta le foto. Mi dispiace.
Allora metterò una tua fotografia.

lunedì 14 giugno 2010

Mediocrità e genio















In uno dei commenti al precedente post, Marco mi chiede di scrivere qualcosa sul caso Luttazzi. Stavo per cogliere l'occasione al volo, salvo che poi ho letto il post di Faraci, QUI, e mi sono chiesto: ma ho davvero qualcosa da aggiungere a quello che ha scritto Tito?
La risposta è no.
A partire dal titolo - "Battute d'arresto", geniale - non potrei mai fare meglio di così.
Ma una cosa voglio dirla e riguarda il fatto di copiare. Copiare non è una cosa grave. Senza stare citare la celebre battuta di Picasso: "I mediocri imitano, i geni copiano", quello che conta è sempre il risultato finale: nessuno può negare che Quentin Tarantino sia (anche) un copiatore, ma se il risultato di questi furti è un film come "Inglorious basterds" - a giudizio di chi scrive il suo miglior film - beh, chi se ne frega.
Luttazzi è un genio e sta subendo un linciaggio francamente eccessivo. La cosa più grave di cui si è macchiato, il suo vero errore, mi sembra la sua autodifesa: quella sì davvero insultante.
Rimando tutti coloro che sono interessati ad approfondire la questione o a un bell'articolo scritto alcuni giorni fa per l'Unità da Wu-Ming. Lo trovate QUI.
Un'ultima cosa: Marco nel suo commento dice che anche gli autori di fumetti copiano, e ci mancherebbe, poi mi chiede fin dove sia lecito spingersi. Rispondo che non lo so. Credo che questo limite dipenda, come già detto, dal risultato finale: dal modo in cui un autore usi il materiale rubato o plagiato per dare al suo pubblico/lettore qualcosa di nuovo.

mercoledì 2 giugno 2010

Un post che mi ha commosso



















Ho stima di Sandrone Dazieri. Penso che alla Mondadori abbia fatto un eccellente lavoro e che sia uno dei migliori scrittori italiani. Anche se non l'ho mai conosciuto di persona - cosa che mi dispiace - abbiamo almeno un amico in comune, Tito Faraci, e leggo sempre con piacere anche le sue, purtroppo poche, incursioni Diabolike. E seguo con assiduità il suo blog.
Quando poco fa mi sono imbattuto in questo post che parla di serie televisive non ho potuto trattenere un applauso.
Anch'io, come lui ho iniziato ad apprezzare le serie americane con Buffy. E anch'io, come lui, ora che 24 è finito - ho visto due giorni fa l'ultima puntata dell'ottava e ultima serie (sigh) - mi sento orfano di Jack Bauer.
L'unica cosa che sembra dividerci è Flashforward che a me non ha mai detto nulla ;-)
Ma c'è un punto del suo post che mi ha colpito più di tutti gli altri: quello in cui spiega i motivi per cui sceglie di vedere con i suoi amici una serie televisiva piuttosto che un'altra:
Individuai ben presto gli elementi che servivano a tenere coeso il gruppo degli amici: prima di tutto nella serie la linea orizzontale (lo sviluppo, cioè, della storia della stagione che si svolgeva puntata dopo puntata) doveva di gran lunga predominare su quella verticale (gli avvenimenti della singola puntata). Poi doveva esservi un mistero da svelare, più o meno complesso: andava bene la magia di Lost come la quest alla bomba nucleare di 24. Poi le puntate dovevano chiudere bene, cioè rilanciando a quella successiva con un colpo di scena, costringendoci a guardarne una dopo l’altra sino a che gli occhi ci si chiudevano per il sonno. E ci piacevano i dialoghi ironici e scoppiettanti, i personaggi sopra le righe.
In questi giorni sto ultimando con alcuni colleghi - gli stessi di cui ho parlato in questo post - la bibbia di una serie per Mediaset. E' una cosa piuttosto strana per la televisione Italiana: un mistery con una forte componente soprannaturale.
Beh, non ci crederete, ma quelle esposte da Sandrone sono esattamente le caratteristiche che ho enunciato nella pagina di presentazione del progetto:
1) Una forte linea orizzontale.
2) Un mistero intrigante e avvincente che verrà ricostruito puntata dopo puntata e svelato solo nell'ultimo episodio.
3) Un Cliffhanger alla fine di ogni episodio che costringa lo spettatore a risintonizzarsi su Canale 5 la settimana seguente.
4) Dialoghi secchi e poco didascalici.
5) Personaggi di contorno fortemente caratterizzati.
Non so se Mediaset ce l'approverà, ma ora sono più sicuro di avere colpito del segno.

giovedì 27 maggio 2010

Signor sì, signore












Nella mia carriera di sceneggiatore ci sono due persone che mi hanno insegnato quello che so e cui devo, professionalmente, tutto.
La prima è Antonio Serra. E' lui che - con la collaborazione di Michele Medda - mi ha permesso di scrivere Nathan Never e che mi ha preso accanto a se alla "Sergio Bonelli Editore", come redattore. Abbiamo lavorato fianco a fianco per sette anni in quello che è stato, anche umanamente parlando, una delle esperienze più belle della mia vita.
Ora io vivo a Roma e lui a Milano. Ci sentiamo spesso e qualche volta ci vediamo. Oltre che il mio mentore è anche un carissimo amico.
Ma non è di lui che voglio parlare in questo post.
La seconda persona a cui devo tutto è Renato Queirolo: R.Q. com'è chiamato in Bonelli. Oltre ad essere un grandissimo sceneggiatore - "Rebecca" e "Alias" stanno lì a dimostrarlo: non li conoscete? Cercateli e leggeteli, sono straordinari - R.Q. era all'epoca in cui io ho iniziato a scrivere per quella testata, il curatore di "Nick Raider".
Contrariamente ad Antonio, R.Q. ha una visione del lavoro, diciamo così, muscolare, come può testimoniare il mio amico Tito Faraci che ha diviso con me, per qualche anno, i destini di "Nick Raider" e le sfuriate di R.Q.
Ricordate il sergente istruttore Hartman di "Full metal Jacket"? Beh, il modo che usa Renato per spronare i suoi collaboratori è esattamente lo stesso. Se stessimo per andare in guerra la cosa potrebbe anche avere un senso: quello che stona è che, in fondo, dobbiamo "solo" mandare un albo in edicola. Ma R.Q. è così e non fa sconti.
E' capitato che mi chiamasse a casa alle ore più impensate per lanciare insulti irripetibili alla mia segreteria telefonica solo perché non gli piaceva una pagina che avevo scritto o che, quando andavo in ufficio da lui, si mettesse a urlare che avrei dovuto cambiare lavoro, solo perché nel testo che gli avevo mandato c'era un refuso.
Malgrado questo, gli devo davvero molto ed è una di quelle persone che stimo davvero; anche perché, quando non si tratta di lavoro, R.Q. è una persona davvero deliziosa. Oddio, se leggesse questo post ecco una parola che gli farebbe scattare la rabbia: "deliziosa".
Billy Wilder e I.A.L. Diamond avevano appeso nel loro studio un cartello con la scritta: "Come l'avrebbe fatto Lubitch?". Io ho messo sulla parete davanti alla mia scrivania un cartello analogo con su scritto: "Cosa direbbe R.Q.?".
Spesso, quando non sono sicuro di qualcosa che ho scritto oppure ho dei dubbi, guardo quel cartello e mi sembra sentire la voce di R.Q. che mi insulta fino a quando non ho non ho trovato un'idea migliore di quella che avevo appena messo su carta. Idea che, sicuramente, alla lunga non lo convincerebbe più, ma che lo calmerebbe per un paio di minuti.