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mercoledì 11 maggio 2011

Mrchlands












Ennesima serie inglese (mini-serie, in realtà) che mi ha profondamente emozionato e non solo perché sono un grande appassionato di Ghost-story.
Si chiama "Marchlands". Il format è quello di una serie americana: "The Oaks", di cui, come succede spesso - è stato realizzato solo il pilota. Non so come fosse, ma la mini che ne ha tratto ITV1 è davvero bella.
Il concept è riassumibile in poche righe, come ogni buon concept che si rispetti: una casa raccontata in tre periodi diversi (1968, 1987 e 2010). Il dramma che dà avvio alla vicenda è accaduto nel 1968 quando la piccola Alice è annegata in circostanze non troppo chiare. Vengono narrati il lutto e i sensi di colpa dei suoi genitori e dei nonni.
Nel 1987 un'altra famiglia si trasferisce nella casa e la piccola Amy inizia a vedere il fantasma di Alice.
Nel 2010 è la volta di una terza famiglia, una coppia. Lei è incinta e inizia a incuriosirsi di quel mistero di tanti anni prima che, a quanto pare, coinvolge in qualche modo il marito...
La serie - 5 puntate da 50' - ha momenti di tensione, anche se il fantasma di Alice è solo un pretesto per parlare dell'evoluzione della famiglia inglese attraverso gli anni e per vivisezionarla. Con lucidità e con un pizzico di crudeltà.
Il finale, in cui il mistero della morte di Alice viuene finalmente risolto e tutti i pezzi sparsi lungo quarant'anni di storia della casa vanno al loro posto, è davvero splendido e geniale nella sua - apparente - banalità.

venerdì 22 aprile 2011

Misfits



















In attesa di mettere online la seconda lezione del mio Laboratorio di scrittura fiction televisiva, volevo consigliarvi una serie inglese che sta passando sui Canali Sky: "Misfits". Vi si narrano le storie di 5 ragazzi affidati ai servizi sociali che, colpiti da un fulmine, acquistano i superpoteri. Simon, lo sfigato del gruppo, può diventare invisibile. Curtis, ex corridore, manda indietro il tempo. Kelly è in grado di leggere nel pensiero, La bella Alisha, scatena un irrefrenabile desiderio in ogni persona che tocca e Nathan, il più "escatologico" e fuori di testa di tutti... beh, quale sia il potere di Nathan si scoprirà solo nell'ultima puntata della prima stagione e quindi non ve lo anticipo.
La serie è molto diversa sia dai film degli "X-Men" che da "Heroes": è colta e "citazionista", intelligente, divertente e irriverente; in alcuni momenti, come nell'episodio sul Natale che chiude la seconda stagione, diventa proprio iconoclasta.
Malgrado i temi - "sociali" ma non solo - che vengono trattati siano seri e "importanti", il tono è sempre sopra le righe, così come i nemici che i nostri si troveranno via via ad affrontare. Tra questi spicca il ragazzo latto-cinetico, in grado di muovere, con la sola forza del pensiero, il latte e i latticini... detto così fa ridere, ma vedere questo personaggio all'opera, quando decide di uccidere qualcuno tramite questo assurdo potere, è veramente terrificante.
Insomma, "Misfits" è delle migliori serie di quest'anno e dimostra per l'ennesima volta - poi non dirò più, prometto - come la televisione inglese non abbia più niente da invidiare a quella statunitense.

sabato 8 gennaio 2011

Mettiamo il caso...



















Mettiamo il caso che tu abbia un'idea per una serie televisiva: prima o poi può capitare a tutti. Una bella idea. Forte. Per una serie adulta (una delle tante cose che mancano nella nostra televisione).
Mettiamo poi il caso che, proprio per questo motivo, tu non possa portarla né a Mediaset né alla RAI: sei un professionista, sai che ti riderebbero in faccia.
La tua serie, pensi in un eccesso di megalomania, sarebbe perfetta per la HBO, per SHOWTIME - o per la BBC - ma questi network sono così lontani, e come fai tu, povero sceneggiatore di provincia che mastichi a stento due parole d'inglese, a fargliela arrivare?
Allora provi con Sky, in fondo hanno fatto "Romanzo criminale"... e "Boris". Ma a Sky sono troppo impegnati a rintuzzare i furibondi attacchi di questo governo nei loro confronti. Poi hanno appena tagliato buona parte del budget per la fiction: non hanno soldi. E hanno già avviato le produzioni dei prossimi due anni.
Quindi?
Quindi riponi la tua idea in un cassetto e ti rimetti a lavorare a una bella serie "family", dove c'è un protagonista medico, ma investigatore dilettante, vedovo, che vive in provincia con due figli adolescenti, un cane e con il vecchio, ma saggio, padre...

PS - Quanto scritto in questo post non contraddice quanto detto precedentemente sull'incapacità degli sceneggiatori italiani di scrivere cose dignitose anche all'interno di un sistema televisivo come quello che abbiamo.
Credo che prima di criticare le reti, noi autori televisivi dovremmo guardarci dentro e capire che siamo corresponsabili di questo sfacelo, che quella fiction così brutta andata in onda ieri sera, l'abbiamo sceneggiata noi. Forse se avessimo scritto i dialoghi in maniera meno sciatta o se avessimo perso qualche ora in più per trovare un modo più intelligente per far scoprire al medico - investigatore dilettante - il colpevole dell'omicidio del barbone pazzo ma simpatico, quell'episodio sarebbe stato un po' migliore...
Forse se avessimo dedicato più energie e amore nella creazione di quel personaggio avremmo contribuito - almeno un po' - a rallentare, la scomparsa di un immaginario appena decente dalle teste dei telespettatori italiani.

venerdì 7 gennaio 2011

Luther








Vi segnalo ancora una volta una bella serie inglese, targata BBC, di cui, ieri è andata in onda su Fox Crime la prima puntata.
Si chiama "Luther" e racconta le vicende, professionali e non, di un geniale e incasinato poliziotto londinese.
Il livello della scrittura e della recitazione sono alti e la serie si fa apprezzare, oltre che per la bravura del protagonista - raramente mi è capitato di vedere un attore capace, come Idris Elba, di "riempire" lo schermo - anche per il personaggio di Alice.
Ma ora è necessario uno SPOILER.

Alice Morgan - lo stesso cognome di Dexter, sarà un caso? - è una brillante ricercatrice. La prima puntata inizia con il brutale omicidio dei suoi genitori.
Luther indaga e, in breve tempo, capisce che ad ucciderli è stata proprio Alice. Ma non può provarlo. I due iniziano così, un'avvincente partita a scacchi, che, nella prima puntata si conclude in pareggio.
Sì perché Alice è un osso duro, anche per un poliziotto in gamba come Luther. Bambina prodigio e geniale astrofisica, studiosa di buchi neri, Alice è una psicopatica vera.
Ruth Wilson, l'attrice che la interpreta, riesce a rendere perfettamente ogni piccola sfumatura di questo personaggio: un avvincente mix di sensualità, crudeltà, cinismo e incapacità di empatizzare con gli altri.
A questo punto l'autore avrebbe potuto continuare lungo questo binario, raccontando la storia di un poliziotto che deve incastrare un'assassina, ma le cose, nelle serie inglesi ancora più che in quelle americane, non vanno mai come uno si aspetta... e nella puntate a venire - passando da un caso di puntata e l'altro, tutti davvero coinvolgenti - tra il detective e la bella Alice, si instaurerà un rapporto molto forte - in parte malato, ma fatto di rispetto reciproco e di una forte sensualità -che diventerà, in breve, il vero asso nella manica della serie.
E quando, nell'ultima puntata, Luther avrà bisogno d'aiuto sarà proprio ad Alice - l'unica di cui si possa fidare - che si rivolgerà.
Sei puntate davvero potenti, con dialoghi e scene che noi autori italiani possiamo solo sognarci, o meglio che potremmo sognarci, se solo non avessimo già appaltato incubi e immaginario alla RAI e a Mediaset.

lunedì 3 gennaio 2011

Dexter V



















Ho visto la quinta stagione di Dexter. I difetti sono, sostanzialmente, quelli di sempre: ripetitività dello schema narrativo e un protagonista che non evolve mai.
Tutte e cinque le stagioni si sviluppano sempre nello stesso modo: Dexter si imbatte un un serial killer feroce e molto furbo. All'inizio, ne è incuriosito, lo studia e sembra che i due possano anche diventare "quasi" amici. Poi, però, iniziano a scontrarsi e, alla fine, è sempre Dexter a vincere: non importa quanto un protagonista sia cattivo, ma se deve combattere per la sua sopravvivenza contro qualcuno più cattivo di lui il pubblico starà sempre dalla sua parte, soprattutto se abbiamo provveduto a dotarlo di una manciata di qualità e di un pò di umanità: Tony Soprano docet.
In mezzo a questa lotte c'è Debbie - la sorella poliziotta del nostro - che è sempre a un passo dallo scoprire la vita segreta di Dexter, ma non ci riesce mai.
Anche questa quinta stagione - pur con qualche sottile differenza - non fa eccezione.
Ma Dexter, per fortuna, non è solo questo. A fronte di un conservatorismo che trovo imbarazzante, ma comprensibile visti gli ascolti che continua a mietere, la serie sfodera dialoghi, personaggi e situazioni sempre all'altezza. Nonché trovate narrative molto semplici, che lasciano ammirati.
E qui diventa necessario un piccolissimo SPOILER.

Nelle prime puntate Dexter si imbatte in un serial killer che tortura e uccide giovani donne. Quando il nostro lo uccide, si accorge sche nella casa c'è una sopravvissuta. E scopre che l'assassino non agiva da solo.
La ragazza, che si chiama, significativamente, Lumen, inizia, lentamente, a stringere un rapporto con Dexter - ed è questa la parte davvero bella della stagione - e vorrebbe vendicarsi di tutti quelli che l'hanno torturata, come in ogni "Rape & revenge" che si rispetti. Ma Dexter la convince a lasciar perdere e a tornare a casa.
La scena che vi vorrei segnalare si svolge all'aeroporto. Essendo Lumen - interpretata da Julia Stiles - la co-protagonista di questa stagione, è chiaro che non può andarsene così, ma l'idea che hanno avuto gli sceneggiatori per rendere credibile questa decisione è davvero notevole.
Quando Lumen passa sotto il metal detector per imbarcarsi, questo suona e la perquisizione che la ragazza è costretta a subire da un agente donna della polizia aeroportuale, le riporta alla mente le violenze a cui è stata sottoposta.
Ecco, Dexter è pieno di idee di questo tipo: di soluzioni intelligenti e visive che, oltre a portare avanti con naturalezza e senza forzature, la storia nella direzione scelta dagli autori, raccontano i personaggi meglio di mille, inutili, parole. E di come questa sia, a detta di chi scrive, una delle cose che fanno la differenza, ho già scritto in precedenti post.

lunedì 11 ottobre 2010

Sherlock













Parliamo di Sherlock Holmes di cui sono, fin da bambino, un fan sfegatato.
Mettiamo il caso che la Warner Bros e la BBC decidano di usare il personaggio di Conan Doyle, rispettivamente, per un film e per una miniserie in tre puntate.
La Warner Bros decide di ambientare il film nell'800, restando in questo fedele ai romanzi.
La BBC decide di ambientare la miniserie ai giorni nostri, come aveva già fatto con l'eccellente Jeckyll, non a caso scritto dal medesimo autore: Steven Moffat, sceneggiatore anche di alcuni pregevoli episodi di Doctor Who e del nuovo film di Steven Spielberg su Tintin.
La Warner Bros affida il ruolo di Holmes a Robert Downey Jr. e quello di Watson a Jude Law.
La BBC affida il ruolo di Holmes a tale Benedict Cumberbact e quello di Watson allo sconosciuto, almeno da noi, Martin Freeman.
La Warner Bros spende per il film 90.000.000 di $.
La BBC spende per l'intera serie circa 2.000.000 di £. Poco più di 3.000.000 di $ al cambio attuale.
Sia il film che la serie hanno come scopo quello di rifondare il personaggio creato da Conan Doyle, rendendolo più moderno, eppure "Sherlock Holmes" di Guy Ritchie è un film a tratti divertente, fracassone, ma, alla fine, piuttosto deludente e piatto, mentre la serie "Sherlock" della BBC è molto bella e cattura, pur con tutte le sue infedeltà, l'essenza stessa di Holmes.
Quindi, che cosa concludere?
1) Che anche gli inglesi sanno fare delle ottime serie televisive: quando potremo dire lo stesso di noi italiani?
2) Che negli ultimi anni la televisione - anche quella europea a quanto pare - è in grado di rinnovare il nostro immaginario molto meglio di come sia in grado di fare il cinema.

martedì 21 settembre 2010

L'uomo nero














Di solito, se in un film o in un fumetto un'autore decide di seguire le mosse del proprio assassino senza mostrarlo in faccia è perché si tratta di qualcuno che, nel corso della storia, il pubblico ha già visto.
Non così in "Criminal Minds" di cui sto guardando in questi giorni la quinta stagione. Qui gli autori seguono molto spesso le mosse dei vari assassini senza mostrarli in faccia, ma lo fanno a prescindere che si tratti di qualcuno che lo spettatore ha già visto oppure no. Per loro è una sorta di regola per rimarcare che il serial killer è un uomo senza volto, una figura nera e minacciosa.
E non è solo questo: quando gli agenti del BAU tracciano un profilo, spesso vediamo materializzarsi quello di cui parlano. Si tratta di situazioni quotidiane in cui agisce il serial killer: a casa, al lavoro. Qui lo vediamo in faccia, ma mai, dico mai, ha le fattezze del vero assassino. Da una sequenza all'altra può addirittura cambiare l'attore che lo interpreta, come a sottolineare che il serial killer potrebbe essere chiunque.
Ecco, sono anche questi dettagli a marcare la differenza tra le serie americane e quelle italiane.

mercoledì 15 settembre 2010

Serialmente








Voglio segnalare anche qui, dopo averlo inserito tra i siti che mi piace visitare - vedi a lato - quello che è, a mio giudizio, il migliore sito italiano sulle serie televisive americane.
Si chiama Serialmente e lo trovate QUI.
Le recensioni sono davvero ben fatte e puntuali, ma, soprattutto, sempre molto intelligenti. E anche i giudizi dei vari "critici" sono sempre condivisibili.

domenica 12 settembre 2010

Sons of anarchy


















Un telefilm da "maschi" questo "Sons of anarchy", almeno a prima vista...
Ambientato in una California molto lontana dallo stereotipo corrente, la serie racconta la storia di una gang di bikers: i S.o.A. (Sons of Anarchy).
Harley Davidsons e motociclisti, quindi, con tutto quello che questo comporta: testosterone, botte, violenza, machismo, amicizia virile e sesso.
Poi inizi a guardare gli episodi, uno via l'altro, e ti accorgi che, sotto, c'è molto di più.
Un protagonista - Jax Turner - pieno di dubbi, per iniziare. Con una madre che, dopo la morte del marito - il vecchio capo dei S.o.A., nonché padre di Jax - si è risposata con il nuovo "re" della banda. Poi c'è la (ex) donna di Jax: fragile e tossica. Autodistruttiva.
La storia inizia quando Jax trova un vecchio scritto dal padre che, lentamente, gli fa aprire gli occhi sui "Sons of anarchy". Questo "diario" svolge, nell'economia della storia, la medesima funzione svolta dal fantasma del vecchio re che appariva al figlio Amleto all'inizio dell'omonima tragedia di Shakespeare.
Già Amleto... il paragone non è casuale visto che questa serie vuole proprio essere una rivisitazione in chiave moderna del capolavoro Shakespeariano. Un'ottima rivisitazione, molto intelligente e originale, se mi è concesso dirlo, altro che il brutto "Hamlet" di Michael Almereyda o le ultime versioni "in costume" di Zeffirelli e Branagh.
Se a questo aggiungiamo che "Sons of anarchy" è stato creato da Ken Sutter, uno dei produttori e sceneggiatori di un capolavoro come "The Shield" ed è interpretato da un gruppo di attori bravissimi, ecco spiegato perchè ci troviamo di fronte una delle migliori serie americane degli ultimi anni.
A proposito di attori. riflettevo sul fatto che quando uno spettatore italiano riconosce tutti i protagonisti per averli visti in altre serie - in "S.o.A." ci sono attori di: "Queer as folk", "I Soprano", "The Shield", "Prison break", "Deadwood" e "Boston Legal", la faccenda inizia a farsi davvero preoccupante...

sabato 24 luglio 2010

Ancora su "Castle"
















Torno ancora a parlare di "Castle". Che palle, direte voi, ma che ci posso fare se è uno dei telefilm più divertenti e intelligenti che ci sia in questo momento in circolazione?
Come di certo saprete il protagonista della serie è uno scrittore di nome Richard Castle. Collabora con il detective Kate Beckett come consulente e, insieme, risolvono omicidi.
L'idea è vecchia come il cucco, ma qui è tutto fatto molto bene e l'U.R.S.T (Un-resolved Sexual Tension) tra i due protagonisti funziona come poche altre volte.
Castle scrive romanzi che hanno per protagonista una detective donna che si chiama Nikki Heat e che è ispirata a Beckett: in realtà Castle ha messo in questo personaggio tutte le fantasie che lui ha sulla "collega" e sono molte, credetemi.
Ma non è finita qui perché poi il romanzo di cui sopra, intitolato nella finzione "Heat Wave", è uscito veramente in libreria: in Italia è edito da Fazi. Si chiama sempre "Heat Wave" ed è scritto da Richard Castle.
Pura operazione commerciale, ma molto divertente, perché il libro non racconta le avventure di Castle e di Beckett, ma quelle di Nikki Heat.
Ed ora permettetemi una divagazione: spesso, nella serie, appaiono degli scrittori veri. Castle gioca spesso a poker con Michael Connelly e James Patterson e sono gli stessi Patterson e Connelly ad interpretare simpaticamente se stessi.
Geniale un dialogo tra Castle e sua madre in uno degli ultimi episodi della seconda stagione (o era proprio l'ultimo episodio?). Lei dice al figlio che James Patterson ha chiamato e che arriverà in ritardo al poker di quella sera e Castle risponde, serio: - Probabilmente userà quel tempo per scrivere un altro libro.
Un ultimo tocco di classe: sembra che a scrivere "Heat Wave", con lo pseudonimo di Richard Castle sia stato proprio James Patterson ;-)

lunedì 19 luglio 2010

Oi dialogoi












Noi sceneggiatori abbiamo la tendenza a dare spesso la colpa agli altri se il film o la fiction che abbiamo scritto è brutta o non piace al pubblico. Il produttore, il regista, l'addetto al casting, gli attori, il musicista, il montatore, la costumista (?). E poi LA RETE, la nostra principale nemica, colpevole di ogni nefandezza. E' lei - Mediaset o RAI non cambia - a bloccare tutte le nostre idee migliori e a non capire la nostra genialità.

L'altro giorno parlavo con un collega - insigne sceneggiatore televisivo - delle sceneggiature di "Castle". Entrambi le troviamo fantastiche, così ci siamo chiesti se una rete italiana avrebbe potuto approvare una serie come quella. La risposta è stata: sì, anche così com'è.
Poi ci siamo chiesti se girate in Italia, quelle stesse sceneggiature porterebbero ad episodi di analoga qualità.
Entrambi abbiamo risposto di no. Ovvio. In mano a un regista e ad attori italiani quelle sceneggiature ne uscirebbero appiattite. Un altro tipo di recitazione, un'altra regia e, soprattutto, un altro ritmo.
- Okay, - ho detto io, - ma i dialoghi, che sono la parte migliore di "Castle", sarebbero comunque bellissimi lo stesso. Al di là di tutto, io e te riusciremmo comunque ad apprezzarli anche se recitati male, no?
- Sì, certo.
- E tu ricordi dei dialoghi come quelli in una qualunque fiction italiana degli ultimi quindici anni, comprese quelle che abbiamo scritto noi?
Il mio amico ci ha pensato a lungo e, alla fine, la sua risposta è stata: NO.
A voi, cari lettori, la morale della storia.

mercoledì 14 luglio 2010

Cinque giorni per un capolavoro


















Il pitch di "Five days" - produzione BBC e Hbo - è semplice: c'è una caso - nella prima stagione la scomparsa di una donna e dei suoi figli - e ci vengono raccontati cinque giorni più significativi per arrivare alla verità: tipo il primo, il terzo, il ventottesimo, il trentatreesimo e il settantanovesimo.
"Five Days" è una serie fantastica in cui il giallo, pure molto ben fatto, passa in secondo piano rispetto ai numerosi personaggi - tutti caratterizzati alla perfezione - e alle loro vicende personali.
Si respira un'aria da tragedia greca e/o da giallo scandinavo e c'è una cura incredibile nei dettagli, nella recitazione degli attori e nella scelta delle facce: tutte credibili, normali e poco televisive.
A completare questo piccolo capolavoro c'è anche una bellissima colonna sonora che integra magistralmente un racconto sempre teso e avvincente che procede puntata dopo puntata senza una sbavatura che sia una.
Consigliatissimo a tutti quelli che pensano ancora che: - Sì, okay le serie Tv, ma il cinema è un'altra cosa...

giovedì 8 luglio 2010

Donna con la gonna














Penso a Distretto di polizia o a RIS, ma anche a Squadra antimafia, poi alle tante poliziotte dei telefilm americani: Samantha Spade in Senza traccia o la bella Lilly Rush in Cold case. Quando lavorano indossano tutte, immancabilmente, i pantaloni.
Non così il vicecapo della prima squadra omicidi di Los Angeles, Brenda Leigh Johnson, protagonista del mio nuovo telefilm di culto: The closer. Lei porta sempre la gonna, anche quando è in azione. E' l'uovo di colombo, ma serve a caratterizzare il personaggio più di mille parole.

lunedì 7 giugno 2010

And the winner is:












Ho visto da poco le due stagioni di "Lie to me" e la prima di "The mentalist". Le due serie hanno molte cose in comune, prima tra tutte il fatto che entrambe parlano di verità e di menzogne. Sia Cal Lightman - nomen omen - che Patrick Jane hanno la capacità di scoprirle, ma mentre il primo è uno scienziato e basa le sue intuizioni esclusivamente sullo studio delle espressioni macro e micro facciali e sulla cinesica, il secondo ricorre a metodi meno empirici e, a volte, incomprensibili. Mi spiego meglio: se ogni intuizione di Cal ha un fondamento scientifico che poi verrà rigorosamente spiegato, Patrick dice spesso cose che non avranno poi un riscontro oggettivo. Come quando nella prima puntata, davanti a un cadavere, enuncia che la vittima era gay. La cosa avrà la sua conferma nella scena seguente, ma non ci verrà mai spiegato come diavolo abbia fatto lui a saperlo.
Detto questo devo dire che "The mentalist" è una serie migliore di "Lie to me".
Patrick è più simpatico di Cal. Per quanto Tim Roth sia bravo, trovo Simon Baker più efficace nell'interpretare il suo ruolo. Roth "gigioneggia" troppo e questo lo rende, troppo spesso, irritante. Due attori monster come Hugh Laurie - House - e Tony Shalhoub - Monk - pur interpretando personaggi complessi e in qualche modo simili ai due di cui stiamo sui parlando, non sembrano voler rimarcare in ogni momento la loro bravura: non la mettono mai davanti al personaggio che interpretano, contrariamente a quanto fa Roth.
Sia Patrick che Cal devono qualcosa al dottor House. Entrambi sono geniali, ma mentre Cal ha in comune con il diagnosta il brutto carattere, Patrick condivide con lui l'enorme dolore che si porta dentro. Inutile dire quali delle due cose sia drammaturgicamente più forte.
E poi - e qui torniamo al post precedente - "The mentalist" ha una linea orizzontale - sia pure tenue - che riguarda il passato del protagonista; cosa che in "Lie to me" è quasi del tutto assente.
Certo anche Cal ha un passato, ma meno unitario e intrigante di quello di Patrick.
Patrick Jane è stato un truffatore. Metteva a frutto le sue capacità di mentalista, fingendosi un medium. In seguito a questo, la moglie e la figlia sono state uccise da un feroce serial killer che lui aveva, in qualche modo, sfidato. Seguono profondi sensi di colpa. Semplice. Lineare.
Cal Lightman, invece è stato nell'ordine: un truffatore, ha avuto rapporti non ancora spiegati con l'IRA, è stato un giocatore di poker, ha lavorato per la Cia, è stato in Bosnia durante la guerra, ecc, ecc, ecc. Davvero troppo anche perché, in fondo, nessuna di queste facce di Cal è mai stata analizzata fino in fondo. Certo, una cosa che accumuna tutti questi momenti della sua vita c'è ed è il bisogno di adrenalina. Ma ho come l'impressione che questo non coinvolga lo spettatore più di tanto, o almeno non l'ha fatto con me.
La cosa migliore di "Lie to me" è il rapporto che Cal ha con la figlia: questo sì, scritto davvero bene.
Le cose migliore di "The mentalist" sono un protagonista, forse meno sfumato, ma con cui è è più facile empatizzare e qualcosa da scoprire: l'identità di "John il rosso", il serial killer che ha ucciso sua moglie e sua figlia.

mercoledì 2 giugno 2010

Un post che mi ha commosso



















Ho stima di Sandrone Dazieri. Penso che alla Mondadori abbia fatto un eccellente lavoro e che sia uno dei migliori scrittori italiani. Anche se non l'ho mai conosciuto di persona - cosa che mi dispiace - abbiamo almeno un amico in comune, Tito Faraci, e leggo sempre con piacere anche le sue, purtroppo poche, incursioni Diabolike. E seguo con assiduità il suo blog.
Quando poco fa mi sono imbattuto in questo post che parla di serie televisive non ho potuto trattenere un applauso.
Anch'io, come lui ho iniziato ad apprezzare le serie americane con Buffy. E anch'io, come lui, ora che 24 è finito - ho visto due giorni fa l'ultima puntata dell'ottava e ultima serie (sigh) - mi sento orfano di Jack Bauer.
L'unica cosa che sembra dividerci è Flashforward che a me non ha mai detto nulla ;-)
Ma c'è un punto del suo post che mi ha colpito più di tutti gli altri: quello in cui spiega i motivi per cui sceglie di vedere con i suoi amici una serie televisiva piuttosto che un'altra:
Individuai ben presto gli elementi che servivano a tenere coeso il gruppo degli amici: prima di tutto nella serie la linea orizzontale (lo sviluppo, cioè, della storia della stagione che si svolgeva puntata dopo puntata) doveva di gran lunga predominare su quella verticale (gli avvenimenti della singola puntata). Poi doveva esservi un mistero da svelare, più o meno complesso: andava bene la magia di Lost come la quest alla bomba nucleare di 24. Poi le puntate dovevano chiudere bene, cioè rilanciando a quella successiva con un colpo di scena, costringendoci a guardarne una dopo l’altra sino a che gli occhi ci si chiudevano per il sonno. E ci piacevano i dialoghi ironici e scoppiettanti, i personaggi sopra le righe.
In questi giorni sto ultimando con alcuni colleghi - gli stessi di cui ho parlato in questo post - la bibbia di una serie per Mediaset. E' una cosa piuttosto strana per la televisione Italiana: un mistery con una forte componente soprannaturale.
Beh, non ci crederete, ma quelle esposte da Sandrone sono esattamente le caratteristiche che ho enunciato nella pagina di presentazione del progetto:
1) Una forte linea orizzontale.
2) Un mistero intrigante e avvincente che verrà ricostruito puntata dopo puntata e svelato solo nell'ultimo episodio.
3) Un Cliffhanger alla fine di ogni episodio che costringa lo spettatore a risintonizzarsi su Canale 5 la settimana seguente.
4) Dialoghi secchi e poco didascalici.
5) Personaggi di contorno fortemente caratterizzati.
Non so se Mediaset ce l'approverà, ma ora sono più sicuro di avere colpito del segno.

sabato 22 maggio 2010

Lui



















Lui è un genio. L’ho sempre sospettato e ora che ho finito di vedere la seconda stagione di “Fringe” ne sono sicuro.
Lui è autore e produttore esecutivo di “Alias”, “Lost” e da ultimo “Fringe” nonché regista del notevole “Star Trek”.
A volte Lui è un po’ cialtrone e hai la sensazione che ti stia prendendo in giro, altre volte hai la sicurezza che accumuli elementi solo per stupire il suo pubblico e che non sappia dove andare a parare... ma, alla fine - 6 stagioni di “Alias” stanno lì a dimostrarlo - Lui ne esce (quasi) sempre in maniera eccelsa. Un po’ come noi fumettari ;-)
Qualcuno dirà che in “Lost” non è così: è vero, ma è anche vero che “Lost” non è interamente una Sua creatura e che nelle ultime stagioni Lui lo ha lasciato in mano ad altri e meno capaci autori.
Lui è un autore derivativo: prende cose viste e riviste, le sistema con cura e te le ripropone con la sicurezza di chi sa che, per quanto molto usate, certe cose funzionano sempre.
“Fringe” è esattamente questo: un po’ di “X-Files”, una manciata di “Ai confini della realtà”, la vasca di “Stati di allucinazione”, tanti romanzi horror e di fantascienza. Ma funziona tutto. Alla grande. Spesso meglio che nei modelli originali.
Quattro protagonisti che più stereotipo, almeno sulla carta, non si può. L’agente donna dell’FBI. Il capo burbero, ma onesto. Il “collega” che qui - però. non è un vero collega - per l’URST (Unresolved Sexual Tension) e uno scienziato pazzo.
Su questa base condivisa, Lui inserisce tutte quelle cose che, nel corso degli episodi, diventano “tormentoni” e che gli spettatori aspettano con ansia.
L’idea di partenza è bella, di quella strana bellezza che hanno le cose semplici: accadono fatti strani e misteriosi che sembrano fare parte di un unico disegno complessivo: una sorta di schema. L'agente dell'FBI Olivia Dunham contatta il professor Walter Bishop, un genio che vive da quasi vent’anni rinchiuso in manicomio. Prima di impazzire, Walter ha partecipato agli esperimenti più folli che siano mai stati fatti - governativi e non - ed è in grado di risolvere qualunque problema scientifico. Il guaio è che, a causa della sua malattia, Walter Bishop è come un bambino e, quindi, è impossibile da gestire. Per questo motivo Olivia “arruola” quasi a forza il di lui figlio Peter, un truffatore con un QI di 190, che ha con il padre un pessimo rapporto, ma che sembra essere l’unico a “parlare la sua lingua”.
Partendo da qui, Lui si scatena e trasforma questi stereotipi, in personaggi perfettamente compiuti e bellissimi. Sì perché al di là degli universi paralleli, delle multinazionali cattive, dello splatter - ce n'è molto - e della tanta fantascienza da B-movie di cui riempie ogni singolo episodio, “Fringe” è una serie sui personaggi.
Gli episodi sembrano autoconclusivi; una scelta che contraddice la tendenza delle ultime serie made in Usa. Ma non fatevi ingannare: l’orizzontale c’è, eccome, ma riguarda spesso solo i protagonisti ed è sovente sottotraccia.
Questi personaggi crescono puntata dopo puntata: lentamente, per piccoli, ma geniali, beat.
Anche per questo motivo la serie parte lenta e decolla a metà della prima stagione. La seconda, invece, è proprio splendida e il finale è addirittura entusiasmante. Lui sa come tenere lo spettatore incollato alla poltrona e per farlo usa qualunque mezzo.
“Fringe” è la serie che, a mio modesto parere, meglio rappresenta questo inizio di millennio e Lui, Jeffrey Jacob Abrams, è un genio.

domenica 9 maggio 2010

Top 5



















Sono un fan di Nick Hornby - ma chi non lo è? - e adoro le classifiche di cui ha riempito uno dei suoi libri migliori: “Alta fedeltà”. Periodicamente inserirò qui le mie top 5. Si passerà dalla musica ai fumetti, dai libri alla televisione, ma anche ad altro.
Queste brevi quanto inutili classifiche, non sono in ordine di preferenza.
E, ora, andiamo a cominciare con una delle mie grandi passioni: le serie televisive.

LE 5 MIGLIORI SERIE TELEVISIVE DEGLI ANNI ’80.
- Miami Vice
- Hill Street giorno e notte
- Moonlighting
- Magnum P.I.
- Dallas

LE 5 MIGLIORI SERIE TELEVISIVE DEGLI ANNI ’90
- Twin Peaks
- N.Y.P.D.
- X-Files
- E.R.
- Law & Order

LE 5 MIGLIORI SERIE TELEVISIVE DEGLI ANNI 2000 GIA’ CONCLUSE
- I Soprano
- Deadwood
- The Shield
- Alias
- Buffy l’ammazzavampiri.

LE 5 MIGLIORI SERIE TELEVISIVE ANCORA IN ONDA
- The Simpsons
- Mad men
- Dr. House
- Desperate housewives
- Dexter

LE 5 MIGLIORI SIT-COM DI SEMPRE
- Scrubs
- 30 Rock
- Seinfeld
- Will & Grace
- Friends

I 5 MIGLIORI AUTORI TELEVISIVI DI SEMPRE
- J.J. Abrahms (Alias, Lost, Fringe)
- Gene Rodenberry (Star Trek)
- Rod Serling (Ai confini della realtà)
- Joss Whedon (Buffy l’ammazzavampiri, Dollhouse)
- David Milch (N.Y.P.D. Deadwood)