lunedì 19 luglio 2010

Oi dialogoi












Noi sceneggiatori abbiamo la tendenza a dare spesso la colpa agli altri se il film o la fiction che abbiamo scritto è brutta o non piace al pubblico. Il produttore, il regista, l'addetto al casting, gli attori, il musicista, il montatore, la costumista (?). E poi LA RETE, la nostra principale nemica, colpevole di ogni nefandezza. E' lei - Mediaset o RAI non cambia - a bloccare tutte le nostre idee migliori e a non capire la nostra genialità.

L'altro giorno parlavo con un collega - insigne sceneggiatore televisivo - delle sceneggiature di "Castle". Entrambi le troviamo fantastiche, così ci siamo chiesti se una rete italiana avrebbe potuto approvare una serie come quella. La risposta è stata: sì, anche così com'è.
Poi ci siamo chiesti se girate in Italia, quelle stesse sceneggiature porterebbero ad episodi di analoga qualità.
Entrambi abbiamo risposto di no. Ovvio. In mano a un regista e ad attori italiani quelle sceneggiature ne uscirebbero appiattite. Un altro tipo di recitazione, un'altra regia e, soprattutto, un altro ritmo.
- Okay, - ho detto io, - ma i dialoghi, che sono la parte migliore di "Castle", sarebbero comunque bellissimi lo stesso. Al di là di tutto, io e te riusciremmo comunque ad apprezzarli anche se recitati male, no?
- Sì, certo.
- E tu ricordi dei dialoghi come quelli in una qualunque fiction italiana degli ultimi quindici anni, comprese quelle che abbiamo scritto noi?
Il mio amico ci ha pensato a lungo e, alla fine, la sua risposta è stata: NO.
A voi, cari lettori, la morale della storia.

mercoledì 14 luglio 2010

Cinque giorni per un capolavoro


















Il pitch di "Five days" - produzione BBC e Hbo - è semplice: c'è una caso - nella prima stagione la scomparsa di una donna e dei suoi figli - e ci vengono raccontati cinque giorni più significativi per arrivare alla verità: tipo il primo, il terzo, il ventottesimo, il trentatreesimo e il settantanovesimo.
"Five Days" è una serie fantastica in cui il giallo, pure molto ben fatto, passa in secondo piano rispetto ai numerosi personaggi - tutti caratterizzati alla perfezione - e alle loro vicende personali.
Si respira un'aria da tragedia greca e/o da giallo scandinavo e c'è una cura incredibile nei dettagli, nella recitazione degli attori e nella scelta delle facce: tutte credibili, normali e poco televisive.
A completare questo piccolo capolavoro c'è anche una bellissima colonna sonora che integra magistralmente un racconto sempre teso e avvincente che procede puntata dopo puntata senza una sbavatura che sia una.
Consigliatissimo a tutti quelli che pensano ancora che: - Sì, okay le serie Tv, ma il cinema è un'altra cosa...

domenica 11 luglio 2010

Camilleri e Lucarelli












Altro giro, altro libro e altra micro-recensione: Acqua in bocca di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli.
Quella che a prima vista poteva sembrare solo un'operazione commerciale è in realtà altro. E' una specie di ricognizione, scritta mettendo insieme lettere, telegrammi, rapporti di polizia, ecc, sullo stato degli immaginari dei due scrittori e dei loro personaggi.
Lo spunto di partenza è semplice: Arturo Magnifico viene ucciso a Bologna. L'uomo era originario di Vigata e così Grazie Negro - l'ispettrice bolognese protagonista di tre romanzi di Lucarelli, tra cui il bellissimo Almost Blues - scrive a Salvo Montalbano per avere aiuto. Quelle che seguono sono 108 pagine davvero divertenti in cui, spesso solo per poche righe, fanno la loro apparizione molti dei personaggi che popolano i romanzi dei due scrittori.
Il pregio del libro è che Camilleri e Lucarelli sembrano essersi divertiti a scriverlo e questo, ovviamente, si vede.
Il difetti sono che non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma di una sorta di divertissment per fans e che è davvero troppo corto: una pausa tra un bagno in mare e il successivo. Ma, visti i chiari di luna, va comunque bene così.

sabato 10 luglio 2010

Cartoline di morte















Dire che non mi piaccia James Patterson è un eufemismo: faccio proprio fatica a leggerlo e, per quanto mi sforzi, non riesco a capire i motivi del suo successo. Patterson ha una scrittura molto secca e veloce, apparentemente adatta al thriller, ma a mio parere sciatta e poco evocativa. Ogni tanto imbrocca qualche personaggio, un brandello di trama, ma per il resto del tempo mi annoia, come e più di Patricia Cornwell.
Liza Marklund invece mi piace. Per rimanere in ambito svedese, non è Henning Mankell o lo Stieg Larsson di Uomini che odiano le donne, ma è brava e ha scritto alcuni romanzi decisamente interessanti: gialli di buona fattura che nascondono un cuore autoriale.
Proprio per questo motivo ho voluto dare una chance a Cartoline di morte, il romanzo che i due hanno scritto insieme.
Mal me ne incolse perchè il libro è una sonora delusione: puro Patterson con personaggi stereotipati fino all'inverosimile e senza un colpo di scena che sia uno.

giovedì 8 luglio 2010

Donna con la gonna














Penso a Distretto di polizia o a RIS, ma anche a Squadra antimafia, poi alle tante poliziotte dei telefilm americani: Samantha Spade in Senza traccia o la bella Lilly Rush in Cold case. Quando lavorano indossano tutte, immancabilmente, i pantaloni.
Non così il vicecapo della prima squadra omicidi di Los Angeles, Brenda Leigh Johnson, protagonista del mio nuovo telefilm di culto: The closer. Lei porta sempre la gonna, anche quando è in azione. E' l'uovo di colombo, ma serve a caratterizzare il personaggio più di mille parole.

lunedì 5 luglio 2010

Set-up



















Quando si scrive il pilota di una nuova serie, una delle cose più complesse da fare è il set-up del protagonista. Ne ho già parlato QUI alcuni mesi fa, citando Blake Snyder e la sua scena salva gatto.
Un set-up geniale sono i titoli di testa di Attenti a quei due. In poco più di un minuto i due protagonisti, lord Brett Sinclair e Danny Wilde, vengono presentati e settati in maniera mirabile ed efficace, solo attraverso le immagini.
Ieri ho visto l'episodio pilota di The closer. La protagonista ci viene presentata "sul lavoro". E' una poliziotta e quindi la sua prima apparizione dev'essere sulla scena di un crimine: scelta giusta. In meno di un minuto impariamo a conoscerla: senza nessuna didascalia, senza nessuna forzatura, semplicemente osservandola e ascoltandola.
Un set-up così efficace nella fiction italiana, io non l'ho mai visto.
Ma la visione di The closer mi spinge anche a un'altra riflessione. Perché in Italia non siamo capaci di creare personaggi di donne poliziotto credibili? Ci riescono gli americani (The Closer ne è un magnifico esempio, ma non è il solo) e ci riescono i francesi (Julie Lescaut e il comandante Florant). Noi no, a meno di non voler considerare credibili i vari commissari di Distretto di polizia o la Mamma detective di Lucrezia Lante Della Rovere.

sabato 3 luglio 2010

Un bel libro
















Tra tutti i libri che ho letto in questi giorni di vacanza - di cui parlerò in un prossimo post - ce n'è uno che mi ha particolarmente colpito. E' italiano, lo pubblica Feltrinelli, si intitola: "I migliori di noi" ed è scritto da Roberto Moroni.
Ho conosciuto Roberto qualche anno fa per questioni lavorative. Lui è un produttore Mediaset, uno dei più bravi, e mi sono trovato a lavorare con lui sul progetto di una serie tratta da "La dama in bianco" di Wilkie Collins, altro grande libro. La serie poi, come capita spesso, non si è fatta, ma ho conservato di tutta quell'esperienza e di Roberto un bellissimo ricordo.
Solo in seguito ho scoperto che Roberto aveva un blog - "The petunias", oggi chiuso - e scriveva romanzi. Così ho letto prima "Perduto per sempre" e ora, dopo quattro anni, "I migliori di noi".
Roberto è uno scrittore di razza. Il suo nuovo romanzo è scritto in un italiano semplice, ma mai banale. E' ambientato nell'arco di una singola giornata e parla di noi, del nostro presente. Lo fa in maniera dura, senza sconti per nessuno. E' un libro impietoso, a tratti cinico, ma necessario, che consiglio a chiunque voglia leggere qualcosa che non gli anestetizzi il cervello.