lunedì 4 aprile 2011

Laboratorio di scrittura fiction: I lezione (parte prima)















Ho pensato a lungo a come impostare questo dialogo con voi e alla fine ho deciso che il sistema migliore era quello di inserire, con un minimo di commento, le slide che ho preparato per le mie lezioni all'Università del Molise e aspettare idee, domande o approfondimenti.
Per prima cosa cerchiamo di definire che cos'è uno sceneggiatore, aprendo un dizionario.

Devoto Oli

Sceneggiatore (sce-neg-gia-to-re) s.m. (f. –trice) – Autore della sceneggiatura di un’opera teatrale o cinematografica, di una trasmissione radiofonica o televisiva, di un albo a fumetti.

Okay, ma che cosa è una sceneggiatura?

Devoto Oli

Sceneggiatura (sce-neg-gia-tu-ra) s.f. – Suddivisione in scene o quadri, descritti nelle loro caratteristiche visive e acustiche, dell’azione di un’opera teatrale, cinematografica o radiotelevisiva, fumettistica.

Più chiaro, ma nemmeno troppo. La domanda è sempre quella: che cosa diavolo fa uno sceneggiatore?

Azzardiamo una definizione.

Uno sceneggiatore mette in fila, una dopo l’altra, una serie di scene (poche) che siano rappresentative dei momenti cardine di quello che intende raccontare e che permettano allo spettatore di immaginare anche tutto quello che non viene mostrato, permettendogli di riempire da solo i vuoti.

A differenza di uno scrittore. uno sceneggiatore mette su carta solo l'essenziale, quello che può essere mostrato e i dialoghi che possono essere recitati: non va mai dimenticato, infatti, che un film è un'esperienza essenzialmente visiva.
Una sceneggiatura dev'essere scritta in modo conciso, senza troppi fronzoli. Troppi sceneggiatori dimenticano, quando scrivono, che non stanno lavorando a un romanzo.

Esprimere il massimo con il minor numero di parole

Pascal scrisse una volta una lunga e interminabile lettera a un amico, poi si scusò nel post scriptum affermando di non avere avuto tempo di scriverne una più breve.

A questo punto credo che potrebbe essere utile vedere come è scritta esattamente una sceneggiatura.
Ecco l'inizio del Tv-Movie "La Medium", scritto da me e da Fabrizio Lucherini e girato da Lamberto Bava che andrà in onda su Canale 5 il prossimo autunno all'ìinterno di una collection intitolata: "Sei passi nel giallo".

















La prima pagina: titolo, autore/i. E basta.



















L'inizio del film.
Le scene sono numerate perché la sceneggiatura è già entrata in produzione. Quando scrivete la prima stesura non fatelo.
L'intestazione di scena si chiama in inglese SCENE HEADING. Di solito dura meno di una riga. Si scrive INT. o EST. poi il luogo in cui la scena è ambientata e il momento del giorno in cui si svolge.
Sotto abbiamo quella che viene chiamata parte sinistra (ACTION), in cui viene descritto tutto quello che si vede. Quando un personaggio entra in scena il suo nome viene scritto in MAIUSCOLO.
La sceneggiatura dev'essere scritta al presente perché quello che stiamo raccontando si svolge adesso.
Tra parentesi, sotto il nome del personaggio (CHARACTER) che parla e prima del dialogo (DIALOGUE), vengono date indicazioni sul tipo di recitazione richiesto all'attore (PARENTHETICAL). Ma non esagerate con le parenteticali - come le chiama un mio amico - il tono con cui una battuta dev'essere pronunciata, dovrebbe essere deducibile dal dialogo stesso.
I SUONI e i RUMORI vanno sempre scritti in maiuscolo.


































Le altre informazioni utili potete dedurle dalla sceneggiatura allegata, cliccandoci sopra si allarga e potrete apprezzarla in tutta la sua interezza.
Queste pagine sono formattate "all'americana", nel modo standard usato dagli sceneggiatori di tutto il mondo: l'unico attualmente ammesso.
Analizzeremo la sequenza in dettaglio nel prosieguo del nostro laboratorio (lezione 4): per ora mi interessava solo mostrarvi com'è fisicamente una sceneggiatura. Bella, vero?
Ma quali sono le cose da fare o da evitare quando ne scrivete una?
Ecco i 17 comandamenti di David Trottier autore di un esauriente e utilissimo manuale per sceneggiatori.
1. Non aggiungete alla sceneggiatura copertine “simpatiche”, illustrazioni, disegni o storyboard.
2. Non numerate MAI le scene: ci penserà la produzione. Ma contatele, in modo da sapere sempre quante sono.
3. Non usate font "simpatici" o di varie dimensioni: solo COURIER o COURIER NEW 12. Questo carattere e le sue dimensioni sono lo standard con cui, chi di dovere, misurerà la "durata" filmica del vostro script: semplificategli la vita.
4. Non giustificate i margini a sinistra.
5. Non usate mai e per nessuna ragione né il grassetto né il corsivo.
6. Non usate indicazioni su come una scena debba essere girata o dove sistemare la M.d.P. a meno che non sia strettamente necessario: i registi odiano che lo sceneggiatore gli dica come devono fare qualcosa e voi non volete che un regista vi odi, vero?
7. Non mettete date sulla vostra sceneggiatura: né nella pagina del titolo né su nessuna di quelle successive. Uno script invecchia subito.
8. Non scrivete “Prima revisione, “Seconda revisione” o quant’altro.
9. Non inserite nella sceneggiatura suggerimenti sul cast o le biografie dei vostri personaggi, a meno che non vi siano state richieste espressamente.
10. Non inserite una lista dei personaggi o dei set, a meno che non vi siano state richieste espressamente.
11. Non inserite nessuna sinossi della storia a meno che non vi sia stata richiesta espressamente: probabilmente l'avete già scritta quando avete presentato il soggetto, questa è un altra fase del lavoro.
12. Non inserite il budget del film.
13. Non inserite il titolo (o altro) all’inizio di ogni pagina.
14. Correggete sempre gli errori e i refusi. Curate in maniera maniacale la grammatica e la punteggiatura. Almeno formalmente la vostra sceneggiatura dev'essere perfetta. NON SIATE SCIATTI. MAI.
15. Rispettate la formattazione standard: si trova su qualunque manuale e in software di scrittura come: Final Draft o Movie Magic Screenwriter (ma ce ne sono anche altri, molto meno costosi). C'è un motivo se la sceneggiatura viene scritta esattamente in questo modo.
16. Non inserite (CONTINUA) all’inizio o alla fine di ogni pagina.
17. Se state scrivendo un film o un Tv-Movie NON superate MAI le 120 pagine. Se state scrivendo un episodio da 50' non superate mai le 60.
E' tutto chiaro? Sì? Bene, allora possiamo passare ad altro.
Per uno sceneggiatore - contrariamente che per uno scrittore - il talento narrativo è primario, quello letterario - che pure è bene che ci sia - è secondario.

TALENTO LETTERARIO vs TALENTO NARRATIVO

Potendo scegliere tra materiale banale raccontato splendidamente e materiale profondo raccontato male, chiunque di noi sceglierà sempre il primo. I buoni narratori sanno come spremere vita dalle cose più banali, i narratori scadenti riducono a banalità anche le cose più profonde.

Come dice Robert McKee, uno dei guru della sceneggiatura americana, autore del fondamentale STORY - che invito tutti voi a leggere: è il migliore manuale di scrittura mai pubblicato - una buona storia rende possibile un buon film, mentre l’incapacità di far funzionare una storia, garantisce un disastro certo.


In perfetto accordo con McKee ritengo, altresì, che l'esperienza sia sopravalutata. Per la maggior parte di quelli che fanno questo lavoro, la conoscenza acquisita tramite lettura o studio equivale o supera l'esperienza soprattutto se quell'esperienza non è stata rielaborata.


Se vuoi scrivere devi anche leggere, vedere film, mostre, andare a teatro. Devi dedicarti anima e corpo a quella che Ray Bradbury chiama il nutrimento della propria musa. Non c'è alternativa se non volete che la vostra musa muoia di fame.


Ecco, a questo proposito, un brano, bellissimo e poetico, tratto dal libro "Lo zen nell'arte della scrittura", già citato più volte in questo blog.

"Il nutrimento della Musa è una continua rincorsa degli amori, la ricerca di questi amori a dispetto dei bisogni presenti e futuri, il movimento da trame semplici a trame sempre più complesse, da quelle ingenue a quelle più informate, da quelle non intellettuali a quelle intellettuali. Niente è perso. Se ti sei mosso su territori sconfinati e hai osato amare delle cose stupide, avrai imparato anche dagli oggetti più primitivi che hai collezionato e che hai messo da parte nella tua vita. Da una curiosità sempre viva in tutte le arti, dalla cattiva radio al buon teatro, dalla ninnananna della sinfonia, dal racconto primitivo al Castello di Kafka, c'è la qualità di base da mettere da parte, ci sono verità da trovare, tenere, assaporare ed usare in futuro. Essere un bambino dei tempi che furono significa fare tutte queste cose.

Non separarti, per i soldi, da tutto il materiale che hai collezionato nel corso della tua vita.

Non separarti, per la vanità, dalle pubblicazioni intellettuali, da quello che sei, dalla materia dentro di te che fa di te un individuo e che ti rende indispensabile agli altri.

Per nutrire la tua musa, quindi, devi sempre essere stato affamato di vita fin da quando eri un bambino. Se non è stato così, è un po' troppo tardi per cominciare. Meglio tardi che mai, naturalmente. Ti senti pronto?

Significa che devi fare delle lunghe passeggiate di notte per la tua città o per il tuo paese, o passeggiare in campagna di giorno. E lunghe passeggiate, non importa quando, per negozi di libri e biblioteche.

E mentre la nutri, come mantenere la tua Musa è il tuo problema finale.

La Musa deve avere una forma. Scriverai un migliaio di parole al giorno per dieci o vent'anni per provare a darle una forma, per imparare sulla grammatica e sulla costruzione di una storia in modo che questo diventi parte del subconscio, senza restringere o distorcere la musa.

Vivendo bene, osservando come vivi, leggendo bene e osservando come leggi, hai nutrito il tuo io più originale. Esercitandoti nella scrittura, con ripetizione degli esercizi, imitazione, buoni esempi, tu hai creato un posto pulito e illuminato bene dove tenere la Musa. Gli hai dato o le hai dato, qualsiasi cosa sia, dello spazio in cui muoversi. E attraverso l'allenamento, ti sei rilassato abbastanza per non sgranare gli occhi in modo scortese quando l'ispirazione entrerà nella stanza.

Hai imparato ad andare alla macchina da scrivere e conservare l'ispirazione per tutto il tempo, mettendola sulla carta. E hai imparato a rispondere alla domanda di prima: la creatività preferisce che la si parli ad alta voce o sottovoce?

La voce forte, la voce appassionata sembra piacerle di più. La voce in rivolta, il contrasto tra gli opposti. Siedi alla tua macchina da scrivere, butta giù caratteri di vario tipo, lasciali volare insieme in un grande clangore. Immediatamente il tuo io segreto è in piedi. Amiamo tutti la decisione, i proclami; tutti gridano per, tutti gridano contro.

Questo non significa che una storia tranquilla sia da escludere. Uno può eccitarsi e appassionarsi per una storia tranquilla coma per qualsiasi altra. C'è eccitazione nella calma bellezza della Venere di Milo. Lo spettatore, qui, diventa importante come la cosa vista.

Sii certo di questo. Quando l'amore onesto parla, quando comincia la vera ammirazione, quando sale l'eccitazione, quando l'odio si solleva in spire come il fumo, non devi mai dubitare che la creatività sarà con te per sempre. Il nucleo della tua creatività dovrà essere lo stesso nucleo della tua storia e del personaggio principale della tua storia. Che cosa vuole il tuo personaggio, qual è il suo sogno, che forma ha e com'è espresso? L'espressione data è la dinamo della tua vita, anche come creatore. Nel momento esatto in cui la verità erompe, il subconscio si trasforma da un file da buttare a un angelo che scrive un libro dorato.

Allora guardati. Considera tutto quello di cui ti sei nutrito nel corso degli anni. Era un banchetto o una dieta da morto di fame?

Chi sono i tuoi amici? Credono in te? O bloccano la tua crescita con il ridicolo e l'incredulità? Se è così non hai amici. Vai a cercarne.

E infine, ti sei allenato abbastanza da poter dire quello che vuoi senza zoppicare? Hai scritto abbastanza per essere rilassato e permettere alla verità di venir fuori senza essere rovinata dall'autocoscienza affettata o cambiata dal desiderio di diventare ricco?

Nutrirsi bene significa crescere. Lavorare bene e costantemente è mantenere quello che hai imparato o conosciuto in condizione primordiale. Questi sono i due lati della medaglia che quando è lanciata non è esperienza né fatica, ma il momento della rivelazione. La moneta, per illusione ottica, diventa un tondo, brillante globo roteante di vita. È il momento in cui il ritmo del portico risuona soavemente e una voce parla. Tutti trattengono il fiato. La voce sale e scende. Il babbo racconta degli anni passati. Un fantasma nasce dalle sue labbra. Il subconscio muove e stropiccia i suoi occhi. La musa si avventura tra le felci sotto il portico, dove i ragazzi dell'estate, sparsi sul prato, ascoltano. Le parole diventano poesia che nessuno capisce, perché nessuno ha pensato di chiamarla così. Il tempo è là. Un uomo ben nutrito afferra e con calma offre la sua infinitesima porzione di eternità. Sembra una cosa grande, nella notte estiva. E lo è, come lo è sempre stato nei tempi, quando c'era un uomo che aveva qualcosa da dire e uno, quieto e saggio, che l'ascoltava."

Come Sherazade ("Le mille e una notte") o Paul Sheldon ("Misery non deve morire"), per sopravvivere tutti noi raccontiamo, quotidianamente delle storie.

Noi digeriamo gli eventi della nostra vita raccontandoli sotto forma di storie. Per esplorare ogni loro aspetto ed entrare in contatto con chi è passato per esperienze simili. Noi siamo condannati a raccontare storie esattamente come siamo condannati a respirare.

Chuck Palahniuk

Il racconto è la moneta di scambio dei rapporti umani, dice il solito McKee.

Ma che cos'è una storia e qual è la sua funzione?

E' ancora una volta, McKee a venirci incontro.

Una storia:

1. E' una metafora della vita.

2. Ci suggerisce una risposta all'eterna domanda che Aristotele pone nell'etica: come dovrebbe condurre la propria esistenza un essere umano.

3. Ci aiuta a capire chi siamo.

4. E' un veicolo che ci trasporta nella nostra ricerca della realtà, il nostro massimo sforzo per dare un significato all'esistenza.

"Una cultura non può evolversi senza una narrazione onesta e potente." è sempre McKee a dirlo.

Ma una buona storia non può essere raccontata così, come viene: va drammatizzata. Serve una tecnica e ci sono delle regole da seguire, per offrire a chi ci ascolta un buon racconto. Un narratore senza mestiere potrà al massimo avere qualche idea, ma sicuramente non saprà come usarla.

Chiudo questa prima parte della lezione con un brano di David Mamet, tratto dal libro: "I tre usi del coltello". Rubo la citazione dal corso di scrittura tenuto all'"Università Cattolica del Sacro Cuore" dal mio amico e socio Alberto Ostini: uno che tutte queste cose le conosce davvero.

"Drammatizzare fa parte della nostra natura. Almeno una volta al giorno reinterpretiamo il tempo meteorologico - un fenomeno essenzialmente impersonale - rendendolo un'espressione del nostro attuale punto di vista sull'universo: "Magnifico. Sta piovendo. Proprio oggi che mi sento giù di corda. Sempre la stessa storia, non è vero?"

Oppure diciamo: "Non ricordo di aver mai sentito un freddo simile", per creare un le­game con i nostri coetanei. Oppure diciamo: "Quando ero ragazzo gli inverni erano più lunghi", per godere di uno dei piaceri dell'invecchiamento.

Il tempo è impersonale, ma noi lo intendiamo e insieme lo sfruttiamo come elemento drammatico, cioè provvisto di una sorta di trama, allo scopo di comprendere il suo signi­ficato per il protagonista, vale a dire per noi stessi.

Drammatizziamo il tempo, il traffico e altri fenomeni impersonali utilizzando l'esagerazione, l'accostamento ironico, l'inversione, la proiezione, tutti gli strumenti impie­gati dal drammaturgo per creare fenomeni significativi dal punto di vista emotivo, e dal­lo psicanalista per interpretarli.

Drammatizziamo una vicenda prendendo gli eventi e riorganizzandoli, prolungandoli, condensandoli, in modo da comprendere il significato personale che essi hanno per noi: per noi in quanto protagonisti del dramma individuale che riteniamo sia la nostra vita.

Se dite: "Oggi ho aspettato l'autobus alla fermata", probabilmente la frase non avrà nes­sun valore drammatico. Se dite: "Oggi alla fermata ho aspettato l'autobus un sacco di tem­po", magari ne avrà un po' di più. Se diceste: "L'autobus oggi è passato subito", l'episodio non risulterebbe drammatico (e non ci sarebbe davvero motivo di raccontarlo). Ma po­tremmo dire: "Sapete quanto ci ha messo ad arrivare l'autobus oggi?" ... ed ecco che di col­po stiamo prendendo gli eventi della vita e lavorandoci sopra con strumenti drammatici.

"Oggi ho aspettato l'autobus per mezz'ora" è un'affermazione drammatica. Signifi­ca: "Ho aspettato un lasso di tempo sufficiente per essere sicuro che tu capisca che è sta­to troppo a lungo".

(E questa è una sottile distinzione, poiché colui che parla non può scegliere un lasso di tempo troppo breve se vuol essere certo che l'ascoltatore afferri il concetto, né troppo lun­go perché l'ascoltatore lo accetti come verosimile, dato che a quel punto non si tratterebbe più di dramma ma di farsa. Così il proto-drammaturgo sceglie inconsciamente, e in modo esemplare, come è nella nostra natura, la quantità di tempo che permetta all'ascoltatore di sospendere lo sua incredulità, di accettare che l'attesa. di mezz'ora non sia al di fuori del campo delle probabilità. pur rientrando nei parametri dell'insolito. L'ascoltatore pertanto accetta l'afferrnazione per il divertimento che offre, e una commedia minuscola ma per­fcrtamenre riconoscibile in quanto tale è stata messa in scena e apprezzata dal pubblico.)"

A presto.

4 commenti:

erus1988 ha detto...

Caro Stefano, lezione molto interessante, che mi lascia, però con una curiosità: qual è la forma iniziale di una sceneggiatura, quando le scene ancora non sono numerate?

Marco ha detto...

Ciao Stefano,
grazie della lezione che ci hai regalato, posso chiederti se
metterai anche delle sceneggiature di fumetto come esempio?

St. ha detto...

Per quanto riguarda la forma iniziale di una sceneggiatura quando le scene non sono ancora state numerate, è assolutamente identica a questa, senza i numeri ;-)
Durante le varie stesure della sceneggiatura i numeri delle scene cambiano in continuazione: è questo il motivo per cui, di solito, li inserisce la produzione solo una volta che ha in mano una versione della sceneggiatura semi-definitiva. A questo punto, con quei numeri, iniziano a fare uni piano di lavorazione: a stabilire i costi, a organizzare il film e a preparare per le riprese le singole scene. Se in seguito vengono aggiunte delle altre scene queste hanno una numerazione differente a), b) ecc per evitare di dovere fare ogni volta un nuovo piano di lavorazione...
Per rispondere anche alla domanda di Marco: no, non inserirò sceneggiature di fumetti in queste lezioni che riguardano solo la fiction, ma se siete interessati posso preparare un post a parte.

Mao ha detto...

beh io appoggio il post sulla sceneggiatura di fumetti...

Saluti
Mao